
Ho letto un articolo bellissimo su la Repubblica Bologna, firmato da Emilio Marrese, dedicato a Roberto Papetti, il “poeta dei giocattoli”.
Papetti costruisce trottole, bambole, aquiloni, balocchi semplici. Oggetti che non hanno batterie, non chiedono aggiornamenti, non rubano dati, non mandano notifiche e non hanno bisogno del Wi-Fi.
Insomma: roba pericolosissima.
Pericolosa perché obbliga i bambini a fare una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: inventare.
Una trottola non fa tutto da sola.
Un aquilone non vola se non ci provi.
Una bambola di stoffa non parla se il bambino non le presta una voce.
Un nascondino non comincia se qualcuno non conta fino a dieci.
E qui arriva il punto più serio.
Noi adulti diciamo spesso: “Eh, i bambini di oggi stanno sempre davanti agli schermi.”
Vero.
Ma forse dovremmo aggiungere una seconda frase, meno comoda:
“Perché spesso siamo noi ad aver tolto loro il resto.”
Abbiamo tolto i cortili.
Abbiamo ridotto le piazze a parcheggi.
Abbiamo trasformato il gioco libero in attività organizzata.
Abbiamo riempito le giornate di corsi, compiti, orari, tablet, cartoni e paura del mondo esterno.
Poi guardiamo un bambino con il cellulare in mano e diciamo: “Non sanno più giocare.”
Forse non è esatto.
Forse i bambini sanno ancora giocare benissimo.
Solo che hanno meno occasioni per farlo davvero.
Papetti dice una cosa semplice e potentissima: se a un bambino dai una piazza o un prato, tra il cellulare e il nascondino sceglierà spesso il nascondino.
Non perché sia un bambino antico.
Ma perché è un bambino.
E i bambini hanno bisogno di correre, costruire, cadere, litigare, fare pace, sporcarsi, perdere tempo, inventare regole assurde, trasformare un bastone in una spada e una scatola in un castello.
Il gioco vero non è evasione.
È allenamento alla vita.
Quando un bambino costruisce una trottola, impara che le cose hanno un equilibrio.
Quando fa volare un aquilone, impara che non tutto dipende da lui: c’è anche il vento.
Quando gioca a nascondino, impara l’attesa, la strategia, la sorpresa.
Quando inventa un gioco con niente, scopre che la fantasia non si compra.
Il problema non sono i giochi digitali in sé.
Un videogioco intelligente può divertire.
Un’app ben fatta può insegnare.
Un cartone può emozionare.
Un tablet può anche essere utile.
Ma se tutto il gioco diventa schermo, il bambino perde qualcosa.
Perde il corpo.
Perde il tatto.
Perde il rischio misurato.
Perde la noia creativa.
Perde il contatto con gli altri bambini.
Perde quella meravigliosa fatica di far nascere qualcosa dal niente.
E qui genitori e nonni hanno una responsabilità enorme.
Non serve diventare nostalgici del “si stava meglio quando si stava peggio”.
Non serve dichiarare guerra alla tecnologia.
Non serve buttare il tablet dalla finestra, anche perché probabilmente rimbalzerebbe sul monopattino elettrico.
Serve una cosa più semplice: rimettere il gioco vero nella vita dei bambini.
Un pomeriggio al parco senza programma.
Una scatola di cartone lasciata sul pavimento.
Un vecchio lenzuolo per costruire una tenda.
Una trottola.
Un aquilone.
Una palla.
Un libro.
Un nonno che racconta come si giocava “quando non c’era niente” e proprio per questo c’era moltissimo.
I nonni, in questo, possono essere decisivi.
Non devono fare gli animatori turistici.
Devono fare i custodi del gioco lento.
Possono insegnare una filastrocca, un gioco con le mani, una barchetta di carta, una pista disegnata con il gesso, una gara di tappi, una fionda immaginaria senza fionda vera, una capanna fatta con due sedie.
Cose piccole.
Ma i bambini, spesso, non chiedono effetti speciali.
Chiedono qualcuno che abbia tempo.
E forse il grande insegnamento di un artigiano dei giocattoli come Roberto Papetti è proprio questo: un giocattolo non vale per quanto costa, ma per quanta vita accende.
Il giocattolo perfetto non è quello che fa tutto da solo.
È quello che lascia qualcosa da fare al bambino.
Perché un bambino non ha bisogno solo di essere intrattenuto.
Ha bisogno di essere chiamato dentro il mondo.
Con le mani.
Con il corpo.
Con la fantasia.
Con gli altri.
E allora forse la domanda non è: “Come facciamo a togliere i bambini dagli schermi?”
La domanda giusta è: “Che cosa stiamo offrendo loro di più vivo, più libero e più interessante?”
Se la risposta è niente, non stupiamoci se scelgono lo schermo.
Se invece diamo loro un prato, una piazza, una storia, una trottola, una voce adulta che li accompagna senza comandarli, forse scopriremo una cosa rassicurante: i bambini non sono cambiati così tanto.
Hanno ancora voglia di giocare.
Dobbiamo solo restituire loro il permesso di farlo.


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