Alexa, per favore, educa mio figlio. Anzi no.

I bambini parlano sempre più spesso con Alexa, Siri e gli altri assistenti vocali.
Chiedono canzoni, barzellette, storie della buonanotte, informazioni sui dinosauri, aiuto nei compiti, meteo, timer, traduzioni, calcoli, giochi, risultati sportivi. Qualcuno chiede anche cose molto serie, tipo:
“Alexa, perché devo lavarmi i denti?”
Domanda legittima. Anche molti adulti se lo chiedono ancora.
Il problema non è che un bambino usi Alexa o Siri. Il problema è che spesso li usa come se fossero persone. Una voce risponde, quindi per lui “qualcuno” ha risposto.
E qui nasce l’equivoco.
Alexa non è una zia paziente.
Siri non è una maestra invisibile.
Google Assistant non è un nonno molto informato.
Sono macchine. Utili, comode, a volte divertenti. Ma macchine.
Il rischio è che il bambino si abitui a chiedere e ottenere subito. Senza aspettare. Senza cercare. Senza dubitare. Senza capire da dove arriva la risposta.
E qualche effetto distorto si vede già.
Il bambino che urla:
“Alexa, metti la musica!”
e poi parla allo stesso modo alla nonna.
Il bambino che chiede:
“Siri, quanto fa 8×7?”
prima ancora di provare a pensarci.
Il bambino che dice:
“Alexa è mia amica.”
No. Alexa è un servizio. L’amicizia è un’altra cosa.
Il bambino che racconta cose personali a un dispositivo acceso in salotto, senza sapere che quella voce non vive nel mobile della televisione, ma dentro sistemi molto più grandi, fatti di dati, registrazioni, aziende e algoritmi.
Serve allarmismo? No.
Serve buon senso? Moltissimo.

Alexa e Siri possono essere utili se usati bene. Possono far ascoltare una storia, mettere una sveglia, rispondere a una curiosità, aiutare con una parola difficile, far partire una canzone, ricordare un impegno.
Ma non devono diventare il genitore automatico, la baby-sitter invisibile o l’oracolo domestico.
Qualche regola semplice può aiutare.
Primo: spiegare al bambino che sta parlando con una macchina, non con una persona.
Secondo: usare gli assistenti vocali insieme, almeno quando i bambini sono piccoli.
Terzo: evitare domande troppo personali: indirizzo, scuola, problemi di famiglia, paure intime, informazioni private.
Quarto: non usarli sempre come scorciatoia per i compiti. Prima si prova, poi semmai si chiede.
Quinto: attivare controlli parentali, filtri sui contenuti, blocco degli acquisti vocali e cancellazione periodica della cronologia.
Sesto: ogni tanto spegnerli. Anche fisicamente. Il pulsante “microfono off” non è un insulto alla modernità.
Il punto non è crescere bambini anti-tecnologici.
Il punto è crescere bambini che capiscano con chi o meglio, con che cosa stanno parlando.
Perché abbiamo insegnato ai bambini a dire “grazie” ad Alexa.
Ora dobbiamo insegnare loro anche una cosa più importante:
“Alexa risponde. Ma non pensa al posto tuo.”

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