Roberto Papetti è stato definito “l’ultimo artigiano dei balocchi”.
In un mondo in cui perfino il frigorifero vuole connettersi al Wi-Fi, lui ci ricorda una cosa semplice: i bambini possono ancora giocare senza caricabatterie.
Papetti è giocattolaio, educatore e ricercatore del gioco. Per anni ha costruito trottole, aquiloni, bambole, giochi di legno e laboratori dove il giocattolo non era un oggetto da guardare, ma uno strumento per pensare, creare, sbagliare e riprovare.
Il giocattolo industriale dice:
“Guarda cosa so fare io.”
Quello costruito a mano sembra dire:
“Vediamo cosa sai fare tu.”
E la differenza è enorme.
Una trottola va lanciata e capita.
Un aquilone vola solo se impari ad aspettare il vento.
Una bambola prende vita solo se il bambino ci mette immaginazione.
Questa è la lezione di Papetti: il gioco vero non fa tutto da solo. Chiede al bambino di partecipare.
In un’epoca di schermi, app e intrattenimento continuo, il suo lavoro appare quasi rivoluzionario. Non perché rifiuti la tecnologia, ma perché ricorda che un bambino non deve solo consumare immagini: deve anche costruire mondi.
Con le mani.
Con gli errori.
Con la fantasia.
Forse, quando diciamo che i bambini non sanno più giocare, dovremmo chiederci se il problema sia davvero loro. O se siamo noi adulti ad aver riempito le case di oggetti e svuotato i pomeriggi di libertà.
Papetti ci ricorda che i bambini non hanno sempre bisogno di nuovi giocattoli. Hanno bisogno di nuovi sguardi sulle cose.
Una scatola, un tappo, un calzino, un pezzo di carta possono diventare una città, una barca, una marionetta, un mondo.
Non serve essere artisti. Basta esserci.
Anche sedersi per terra accanto a un bambino può essere un gesto rivoluzionario.
Perché un bambino che sa giocare con poco sarà probabilmente un adulto meno dipendente dal troppo.
E perché il giocattolo più bello non è quello che dura di più.
È quello che accende qualcosa.
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