CENTO ANNI DI WINNIE THE POOH. E NON È INVECCHIATO DI UN GIORNO.

Il 14 ottobre 1926 usciva Winnie the Pooh, scritto da A. A. Milne. Cento anni dopo, quell’orsetto goloso di miele continua a essere riconosciuto e amato da bambini, genitori e nonni. WINNIE the Pooh.

E forse il vero miracolo è proprio questo: Winnie non ha mai avuto bisogno di essere un supereroe.

Non salva il mondo, non possiede poteri straordinari, non vive avventure spettacolari.

Ha fame. Si confonde. Ha paura. Cerca gli amici. Si accontenta di piccole cose.

E forse è proprio questo il suo superpotere.

Il Bosco dei Cento Acri è un luogo nel quale si può avere paura senza che il mondo finisca, essere tristi senza essere lasciati soli, sbagliare senza smettere di essere amati.

Winnie e i suoi amici ci ricordano anche qualcosa che crescendo tendiamo a dimenticare: che una giornata può diventare importante senza bisogno che accada qualcosa di straordinario.

Una passeggiata.
Un vasetto di miele.
Un gioco.
Una visita a un amico.
Il semplice piacere di stare insieme.

È forse anche per questo che il personaggio ha attraversato generazioni così diverse: perché dietro l’orsetto, Tigro, Pimpi, Ih Oh e Christopher Robin ci sono emozioni che non invecchiano. Amicizia, paura, insicurezza, entusiasmo, malinconia, bisogno di essere rassicurati.

Al Punto Blu questa storia piace molto perché ci ricorda una cosa importante.

Un personaggio indimenticabile non deve necessariamente essere perfetto, fortissimo o sensazionale.

Deve farci pensare: “Lo conosco. Potrei essere io. Oppure potrebbe essere un mio amico.”

Ed è così che un libro smette di essere soltanto un libro e diventa parte della memoria di una famiglia.

Passa da un bambino a un altro.
Da un genitore a un figlio.
Da un nonno a un nipote.

Forse il successo di Winnie the Pooh sta tutto qui: ci permette di tornare, almeno per qualche minuto, in quel luogo dell’infanzia dove bastavano poche cose per stare bene.

Cent’anni dopo, Winnie è ancora lì.

Con i suoi amici, con la sua semplicità, con il suo miele.

E probabilmente ancora un po’ affamato.

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