Un articolo di Chiara Bidoli sul Corriere Salute del 13 settembre pone una questione importante: nel rapporto fra ragazzi e social non conta soltanto il numero di ore davanti allo schermo. Conta come vengono utilizzati i social e, soprattutto, chi c’è dall’altra parte dello schermo.
La ricerca più recente ci dice infatti che gli effetti non sono uguali per tutti. Un ragazzo più fragile, insicuro o già in difficoltà può risentire maggiormente del confronto continuo con gli altri, della ricerca dei “like”, dei commenti e del giudizio dei coetanei. Lo studio pubblicato nel 2025 su Nature Human Behaviour conferma proprio quanto le vulnerabilità individuali possano fare la differenza.

C’è poi un dato che merita attenzione. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open, su quasi 12.000 ragazzi seguiti dai 9 anni in poi, ha osservato che quando l’uso dei social aumentava, tendevano ad aumentare anche i sintomi depressivi nell’anno successivo. Non significa che “i social causano la depressione” in modo automatico, ma il segnale è difficile da ignorare.
Perché nel mezzo ci sono molte altre cose: cyberbullismo, confronto sociale continuo, bisogno di approvazione, sonno ridotto, uso compulsivo dello smartphone. Anche l’American Psychological Association raccomanda particolare attenzione al sonno, ai contenuti frequentati e, soprattutto nei più giovani, una presenza attiva degli adulti.
Per noi genitori e nonni forse la domanda giusta non è più soltanto:
«Quanto tempo passa con il telefono?»
Ma anche:
«Come sta quando lo posa?»
È più nervoso? Dorme meno? Si confronta continuamente con gli altri? Ha bisogno di controllare notifiche e messaggi? Si isola?
Non serve trasformarsi in poliziotti digitali. E neppure demonizzare uno strumento che fa ormai parte della loro vita.
Serve una cosa molto più antica della tecnologia: esserci, osservare, parlare e accorgersi per tempo quando qualcosa sta cambiando.


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